Secondo concerto del Progetto Humanitas, intorno a musiche animate dai valori etici che sono alla base della Costituzione italiana. La fabbrica illuminata di Luigi Nono, drammatica espressione dello sfruttamento dell’uomo nel lavoro e dell’uomo sull’uomo, oggi considerata una delle testimonianze più incisive del rapporto tra ricerca musicale e impegno civile, è il punto ideale di riferimento per le tre prime esecuzioni dedicate ai diritti tutelati dalla Costituzione italiana. Prima del concerto Franco Arminio leggerà alcune sue poesie dedicate alla pace
| Luigi Nono |
La fabbrica illuminata (1964) |
| (1924-1990) |
per soprano e nastro magnetico a quattro piste |
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testi di operai dell’Italsider di Genova, contratti sindacali, |
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Giuliano Scabia, Cesare Pavese |
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1. Corali 2. Giro del letto 3. Tutta la città 4. Finale |
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| Fabio Cifariello Ciardi |
Articolo 34*(2026) per soprano ed elettronica |
| (1960) |
su testi di Pietro Calamandrei e don Lorenzo Milani |
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| Alessandro Cipriani |
Forget my Fate* (2026) per soprano, video ed elettronica |
| (1959) |
Video di Damiano Petrucci |
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Frammenti di testo dimenticato Nahum Tate da Virgilio |
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Performer in studio: Eugenio Cecchini |
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| Daria Scia |
La terra di lavoro* (2026) per voce ed elettronica |
| (1986) |
testo da La terra di lavoro di P.P. Pasolini |
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Elettronica a cura di Damiano Meacci |
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Sahba Khalili Amiri soprano, voce su supporto |
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| Daniel D’Adamo |
Lips, your lips – The Lips Cycle #1 (2010) |
| (1966) |
per mezzosoprano ed elettronica |
Livia Rado e Ljuba Bergamelli soprani
Andrea Veneri regia del suono
Lorenzo Letizia cura dello spazio e videoinstallazioni

Composta nel 1964, La fabbrica illuminata porta nella musica materiali legati alla realtà e alle condizioni di vita degli operai, confrontandosi con il mondo industriale e le sue tensioni sociali. Dedicata agli operai dell’Italsider di Genova-Cornigliano, l’opera fu inizialmente censurata dalla Rai, che giudicò i testi faziosi e offensivi nei confronti del Governo. Nella composizione confluiscono materiali sonori raccolti da Nono nello stabilimento genovese, testimonianze di operai, estratti da contratti sindacali e scritti di Giuliano Scabia e Cesare Pavese.
Nel corso delle quattro sezioni in cui si articola il lavoro, la voce dal vivo si alterna ai materiali elettronici, che comprendono voci registrate, rumori della fabbrica e suoni di sintesi, attraverso un progressivo intreccio tra dimensione vocale ed elaborazione elettronica che comporta una sostanziale trasformazione dei materiali di partenza. Del resto, come chiarito dallo stesso Nono, il lavoro non intende riprodurre realisticamente il contesto della fabbrica, né tantomeno offrirne una visione idealizzata. Dalle parole dello stesso Nono e di Luciano Scabia: «Nessuna mimesis, nessun rispecchiamento. Nessuna arcadia industriale. Nessun naturalismo populista o popular. Solo una idea-musica semanticamente precisa sull’uomo d’oggi nel luogo della sua servitù-liberazione».
Il rapporto tra voce ed elettronica, centrale nel lavoro di Nono, assume una prospettiva diversa in Lips, your lips (2010), primo episodio di The Lips Cycle di Daniel D’Adamo. Il compositore esplora le potenzialità espressive della voce al di fuori delle tecniche tradizionali del canto, attraverso suoni prodotti all’interno della bocca, respiri e articolazioni al limite dell’udibile. La voce dal vivo dialoga con la propria duplicazione elettronica, mentre il testo, scritto dallo stesso D’Adamo, indaga il rapporto tra il dire e l’ascoltare, la trasmissione e la ricezione del significato.
La ricerca sulle possibilità espressive della voce e dell’elettronica prosegue nelle tre nuove commissioni, che affrontano da prospettive differenti il tema dei diritti costituzionali. Articolo 34 di Fabio Cifariello Ciardi interroga il valore e le prospettive del diritto all’istruzione, mentre Forget my Fate di Alessandro Cipriani propone una riflessione sul rapporto tra memoria umana e tecnologie digitali. La terra di lavoro di Daria Scia riprende invece il testo omonimo di Pier Paolo Pasolini, tratto dalla raccolta Le ceneri di Gramsci (1957).
Articolo 34
Cosa accadrebbe se Piero Calamandrei rispuntasse oggi fuori da una bottiglia per riprendere la sua difesa dell’articolo 34 della nostra Costituzione, quello sulla scuola? La sua entusiastica determinazione sarebbe ancora credibile oppure risulterebbe incrinata da qualche dubbio?
Un’attivista lo interroga dal palco. Lei non parla la lingua del navigato politico (forse non vuole) eppure i due ben si comprendono, l’uno nelle inflessioni della voce dell’altro.
Con quali convinzioni terminerà il confronto?
si ringrazia la Società Umanitaria di Milano per la concessione di materiali audio per la composizione Articolo 34
Fabio Cifariello Ciardi
Forget my Fate
Forget my Fate nasce dalla frammentazione di Dido’s Lament (When I am laid in earth), tratto dal Dido and Aeneas di Henry Purcell. Le ultime parole dell’aria – «Remember me, but ah! Forget my fate» – racchiudono già la tensione fra memoria e oblio che attraversa l’intero lavoro.
Dell’aria originaria affiorano tracce, frammenti melodici e armonici, come residui di una memoria che non riesce più a ricostruire interamente ciò che un tempo conosceva. La voce cerca di ricordare, ma il ricordo si interrompe, si deforma, si disperde. Anche l’armonia procede attraverso frammenti della struttura di Purcell, sottoposti a trasformazioni elettroniche.
Alla base del lavoro vi è una riflessione sul rapporto sempre più stretto tra memoria umana e sistemi tecnologici. Telefoni, reti e intelligenze artificiali conservano, organizzano e recuperano per noi una quantità crescente di informazioni. La progressiva delega della memoria alle macchine modifica il nostro rapporto con il ricordo e pone una domanda: che cosa accade alla memoria umana quando affidiamo sempre più alle macchine il compito di ricordare?
La cantante si trova così immersa in un sistema che sembra prolungarne la memoria, ma che progressivamente acquista una propria presenza. Suoni elettrici e macchinici interagiscono con la voce reale, mentre altre voci, virtuali e spazializzate in surround intorno al pubblico, la riflettono, la moltiplicano e ne rendono sempre più incerti i confini.
Parallelamente, nel video (realizzato da Damiano Petrucci) prende forma un essere-macchina che
evoca, senza rappresentarla letteralmente, la Fama virgiliana: la creatura dalle innumerevoli occhi, bocche e orecchie che nell’Eneide raccoglie e diffonde incessantemente voci e notizie. Questa antica incarnazione della propagazione dell’informazione entra così in risonanza con le reti contemporanee: un organismo che ascolta, accumula, trasforma e trasmette.
Nel corso del pezzo, il rapporto fra la voce umana e questo organismo tecnologico diviene progressivamente più ambiguo: non è più chiaro chi ricordi, chi ascolti, chi parli attraverso chi. I frammenti di Purcell continuano ad affiorare come tracce di qualcosa che forse la memoria non ha del tutto perduto.
Alessandro Cipriani
La terra di lavoro
La terra di lavoro prende avvio dall’omonimo testo di Pier Paolo Pasolini, contenuto nella raccolta Le ceneri di Gramsci. La parola poetica costituisce il nucleo da cui si sviluppano la ricerca sulla vocalità e l’elaborazione elettronica del suono. La voce attraversa differenti gradi di definizione: dal canto si muove verso inflessioni che sfiorano il parlato, fino a raggiungere emissioni di gola e sonorità legate più direttamente alla respirazione.
La voce conserva la memoria della parola anche quando questa perde nitidezza semantica: nella pressione del fiato, nel rumore dell’emissione e nelle risonanze della gola affiora una dimensione precedente o ulteriore rispetto al linguaggio articolato, capace di aprire altri luoghi di interpretazione.
L’elettronica nasce dalla materia della voce e ne prosegue il movimento, assumendo le registrazioni vocali come materiale generativo. La materia sonora viene così riformulata all’interno di un continuum nel quale la parola modifica progressivamente il proprio statuto, oscillando tra intelligibilità e puro evento sonoro. I processi di trasformazione ampliano le possibilità espressive della sorgente, fino a generare sonorità radicalmente lontane, pur conservando, in forme diverse, il ricordo della loro origine.
Daria Scia

in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio - Città delle Arti
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