Nato con l’obiettivo di esplorare le potenzialità espressive del quartetto di sassofoni, l’Apeiron Sax Quartet propone un programma che a partire da Magic di Ivan Fedele, composto nel 1985, approda a musiche di recentissima composizione, tre delle quali presentate in prima esecuzione. Nel corso dei suoi vent’anni di attività, l’ensemble si è distinto per la capacità di confrontarsi con repertori e linguaggi differenti, coniugando una solida padronanza tecnica con un ricercato virtuosismo espressivo e una particolare attenzione alla dimensione dell’ascolto.
I brani eseguiti percorrono il virtuosismo, la trasformazione del materiale sonoro e la dimensione del ricordo. Se Magic di Ivan Fedele coniuga brillantezza strumentale e inflessioni jazzistiche, i lavori più recenti delineano paesaggi sonori in cui gesti, timbri e trame si modificano progressivamente.
| Ivan Fedele |
Magic (1985) |
| (1953) |
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| Giorgio Colombo Taccani |
Estatico (2025) |
| (1961) |
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| Riccardo Panfili |
Paesaggio di rovine* (2026) |
| (1979) |
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| Eduardo Carlo Natoli |
RiVelazioni in madrigale* (2025) |
| (1962) |
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| Fabio Massimo Capogrosso |
Respiri di quiete mobile* (2026) |
| (1984) |
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Apeiron Sax Quartet
Dario Volante sax soprano
Roberto Guadagno sax contralto
Daniele Caporaso sax tenore
Armando Noce sax baritono
*prima esecuzione assoluta

Magic
Magic è una composizione di carattere brillante e virtuosistico e di impronta jazzistica, che si propone in forma tripartita. Nella parte centrale, i materiali incandescenti dell’esordio si raffreddano cristallizzandosi in suggestive fasce accordali, per poi riaccendersi nel rush conclusivo.
Claudio Proietti
Estatico
Un numero limitato di situazioni continua a ripresentarsi con sottili varianti, come uno sguardo che insistesse nella contemplazione di una stessa scena o, meglio, come il persistente ricordo di un evento lontano, sempre di ritorno e sempre leggermente diverso. Forse un ricordo di uno scontro, di una lotta, di un conflitto la cui violenza è tuttavia ormai sublimata, riportata, superati brevi accenni, al silenzio o comunque a gestualità contemplative. Solo avvicinandosi al termine del lavoro sul percorso del brano si presenta una situazione in cui traspare la violenza originale di quanto accaduto. È tuttavia poco più di un attimo, chiudendosi il lavoro in una pagina finale di ripiegata e assorta meditazione.
Giorgio Colombo Taccani
Paesaggio di rovine
E fu così che cominciarono a piovere le bombe: bombe a grappolo, bombe al fosforo, bombette di Martina, crème de bombes à l’oignon, tarte Tatin aux bombes caramélisées, bombolette spray, bombas a la madrileña, bambole sgonfiabili, bombici volanti nella seta etc.
E piovvero presidenti che non avrebbero fatto entrare nelle peggiori bettole dei peggiori barrios de Puerto Cabello o nei covi dei narcos negli arrabales di Bogotà: pedofagi, strafatti di bamba, laidi, esperti in corruzione e virtuosi in costituzione di milizie private modello Ice Scream.
E piovvero quelli che avrebbero dovuto opporsi; quelli che, quando non tacevano, farfugliavano e quando non farfugliavano, si giocavano a tressette la poltrona ergonomica offerta ai leader più trendy.
In breve: un Paesaggio di rovine (non resta che rovinare le rovine).
Riccardo Panfili
RiVelazioni in madrigale
Una texture in continua trasformazione, in una sorta di viaggio all’interno di un ipotetico madrigale che cela informazioni e rivelazioni, a volte evidenti, a volte intrecciate in connessioni, velate. Il lavoro sulle dinamiche si muove in due direzioni: trasformazioni armoniche delle texture e, in una sorta di scultura a levare, momentaneo protagonismo come improvvisa messa a fuoco del volto delle singole voci. Piani armonici, continuità e memoria di linea quindi; da qui la decisione di adottare una scrittura tradizionale che favorisse la fluidità dell’incedere evitando l’impiego di tecniche estese. Anche in questo lavoro, come sempre, spero di aver taciuto l’inutile.
Eduardo Carlo Natoli
Respiri di quiete mobile
Il brano, articolato in cinque brevi miniature dal carattere evocativo, è un lavoro che potrei definire per certi versi “autobiografico”, e racchiude ricordi e sapori dei miei anni vissuti a L’Aquila nel periodo dei miei studi musicali.
È una partitura che alterna momenti di riflessione e sospensione ad altri decisamente più frenetici, ritmici e per certi versi caratterizzati da una componente quasi grottesca. Ho deliberatamente scelto di non associare un titolo ad ogni movimento perché non volevo che questo potesse in qualche modo direzionare le suggestioni del pubblico che ne fruirà l’ascolto.
L’unica cosa che mi preme sottolineare è la scelta di usare la forma di fugato nell’ultimo movimento, un omaggio al mio adorato Maestro Sergio Prodigo che con cura, sapienza, generosità e acutissima intelligenza mi ha guidato nell’evoluzione del mio pensiero musicale.
Fabio Massimo Capogrosso

in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio - Città delle Arti
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