Folksongs
 



sabato 19 dicembre > ore 21

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Folksongs                                                                  
testi 


Mark Milhofer tenore

Marco Scolastra pianoforte


Benjamin Britten (1913-1976) da Folk Songs Arrangements
  The Salley Gardens (1940)
 

dal volume 1: British Isles - testo di William Butler Yeats, melodia irlandese

  The Ash Grove (1941)
 

dal volume 1: British Isles - testo tradizionale, melodia gallese

  The Plough Boy (1945)
 

dal volume 3: British Isles - testo tradizionale, melodia di W. Shied

  At the mid hour of night (1957)
  Oft in the stilly night (1957)
 

dal volume 4: Moore’s Irish Melodies - testi di Thomas Moore

  The Brisk Young Widow (1953)
 

dal volume 5: British Isles - testo e melodia raccolti da Cecil Sharp

  The Crocodile (1941/2001)
  Dink’s Song (2001)
 

da Tom Bowling and Other Song Arrangements

   
Fabio Cifariello Ciardi (1960) Povero Napoleone* (2020)
   
Mauro Montalbetti (1969)  Canto de na oltà (antico canto bresciano) (2000)
   
Sara Caneva (1991) Cruda nenia* (2020)
   
Lorenzo Ferrero (1951)  La monferrina* (2020)
   
Marcello Panni (1940) Quattro canti popolari ciociari* (2020)
  1. La mamma del mio amore
  2. Stornello nazzicareglio
  3. Ninna nanna
  4. Me pizzica, me mozzica!
   
   
* prima esecuzione assoluta

in coproduzione con Amici della musica di Foligno



È negli anni Settanta del XVIII secolo che il filosofo e letterato tedesco Johann Gottfried Herder conia il termine Volkslied intendendo con esso non solo i canti popolari della sua Germania, ma anche i repertori provenienti dai più disparati territori dell’Europa dei lumi, come di altre realtà culturali più lontane. Riconosciuto il legame di privilegiata prossimità tra il canto del popolo e la sua Seele, i compositori iniziano a guardare al repertorio popolare non più solo come una fonte da cui attingere per la propria musica d’arte, ma come un dialetto sonoro da conservare e allo stesso tempo da rielaborare secondo i propri schemi estetici. Tale pratica, particolarmente viva nell’Ottocento, non è stata meno fruttuosa nel secolo successivo.

È proprio con un atteggiamento di duplice interesse che il compositore inglese Benjamin Britten si accosta alle musiche popolari britanniche con l’intento di arrangiarne le melodie: da un lato la nostalgia per un mondo – quello dell’età vittoriana che fa da sfondo anche a molte sue opere – ormai in rapida estinzione, dall’altro, il desiderio di svincolare quel repertorio sia dalla Edwardian pageantry e dalle immagini oleografiche imperanti nella scuola degli English folklorists, che dall’influenza tedesca, soprattutto brahmsiana, sul modo di lavorare la materia musicale popolare. Servendosi della folksong come di un terreno vergine in cui attuare le proprie sperimentazioni armoniche, Britten finirà per dare ai suoi arrangiamenti un’impronta del tutto personale caratterizzata dal legame col passato, ma nel contempo dalla spinta verso l’innovazione novecentesca.

In The Salley Gardens – canzone che apre il primo dei sette volumi di arrangiamenti popolari composti tra il 1943 e il 1976 – Britten rivela la sua inosservanza nel restituire la purezza della musica originale; al compositore infatti non interessa di trattare la materia sonora in modo filologico: il suo intento è infatti quello di trascrivere una melodia irlandese sull’amore perduto (su testo di W. B. Yeats) corredata di un’armonia sospesa la cui imperturbabilità è oscurata solo per sottolineare la pregnanza di alcune parole. L’aderenza dell’accompagnamento strumentale all’enunciato del canto appare ancora più evidente in The Ash Grove: mentre nella prima strofa il pianoforte “cinguetta” amabilmente con il canto, nel passaggio alla seconda parte – momento in cui l’amante piange la dipartita della compagna – la mano destra inizia a distaccarsi sempre più dalla voce offrendo un contrappunto distorto e straniante che evidenzia le pene della lontananza. The Plough Boy viene ricordato come uno dei bis più richiesti ai concerti del duo Britten-Pears; in questa breve composizione, al pianoforte che inizia a fischiettare una melodia spensierata risponde subito la voce del giovane aratore immerso nelle sue giovanili fantasticherie giovanili sul proprio futuro. Il brano apre il terzo volume degli arrangiamenti di folksong britanniche composte da Britten tra il 1942 e il 1946. Al volume successivo, composto intorno al 1957 e pubblicato nel 1960, appartengono i due notturni irlandesi At the mid hour of night e Oft in the stilly night su testo del poeta Thomas Moore. Alla base del primo vi è un senso di costante caduta, dato dalle discese del pianoforte, che ricalca il “pianto delle stelle” menzionato nel testo, e l’aria trasfigurata di Oft in the stilly night la cui indicazione agogica iniziale “Dreamily” preannuncia in modo evidente il clima trasognato che pervade questo notturno musicale. Il quinto volume degli arrangiamenti di canzoni popolari è stato composto da Britten tra il 1951 e il 1959. La raccolta si apre con The Brisk Young Widow, canzone dal ritmo puntato e vivace che incarna lo spirito della vedova protagonista. La musica e il testo appartengono ad una melodia tradizionale registrata da Cecil Sharp, promotore e figura chiave del folksong revival che interessò l’Inghilterra a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Non raccolte nei sette volumi di arrangiamenti, The Crocodile e Dink’s Song sono state pubblicate solo nel 2001 nell’edizione completa delle folksongs di Britten. La prima racconta di un uomo che afferma di aver vissuto per dieci anni nello stomaco di un coccodrillo: le dissonanze del pianoforte sembrano quasi legittimare il sentimento poco convinto degli ascoltatori di fronte a questa narrazione inverosimile. Propria della tradizione popolare americana è invece Dink’s Song la cui memoria è stata raccolta dalle registrazioni effettuate da John e Alan Lomax. Questa ballad, in cui una donna canta la volubilità dell’amore che va e viene, è stata resa celebre successivamente dall’esecuzione e dall’incisione del noto cantautore statunitense Bob Dylan.

Alle songs di Britten viene accostata una suite composta appositamente per Mark Milhofer e Marco Scolastra da cinque compositori italiani di diverse generazioni, accumunati dall’intento di rivisitare in maniera originale alcuni frammenti musicali tratti dalla tradizione musicale del nostro Paese. Nella composizione di Fabio Cifariello Ciardi la canzone popolare Povero Napoleone viene legata con un espediente narrativo a un fatto di stringente attualità, ovvero alle proteste di piazza successive alla morte dell’afroamericano George Floyd. Mauro Montalbetti recupera un antico canto popolare bresciano, mentre Sara Caneva reinterpreta una ninna nanna di origine campana, ascoltata nella sua infanzia dalla voce della nonna. Con La monferrina, Lorenzo Ferrero fa rivivere un’antica danza piemontese dal sapore arcaico, le cui prime attestazioni risalgono al 1700 e che successivamente si diffuse in tutta Italia. Marcello Panni, infine, offre una sua personale rilettura di quattro canti ciocari tratti dalla raccolta di Luigi Colacicchi, nobile ciociaro di Anagni. Il concerto diviene dunque un’occasione per un percorso attraverso i canti della tradizione popolare italiana, ma riletti e reinterpretati dalla sensibilità e dallo stile di cinque compositori italiani del nostro tempo. 

Matteo Macinanti

 

*Povero Napoleone – prima esecuzione assoluta

Un poco-ipotetico presidente è davanti le telecamere durante le proteste di piazza per l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte del poliziotto bianco Derek Chauvin (25/05/2020).

Il nostro leader canta, fra qualche difficoltà, un inno o un involontario flusso di coscienza? Rassegnato a seguire le indicazioni del suo collaboratore, uscirà di scena cantanto un curiosamente autobiografico "Povero Napoleone". Nota anche come "Viva la Russia, viva la Prussia" "Povero Napoleone" è una canzone popolare diffusa in tutta l’Italia settentrionale a partire dall’Ottocento. Trascritta da Gianni Bosio e Roberto Leydi nel 1962 è stata pubblicata in Leydi, R. (1973), I canti popolari italiani: 120 testi e musiche, Mondadori.

Fabio Cifariello Ciardi

 

Canto de na oltà

Canto de na oltà (vecchio canto), è un antico canto popolare bresciano, di quelli tramandati da padre in figlio, dal nonno ai nipoti, che animava le feste e le infanzie, che si cantava nei campi per allontanare le amarezze delle ingiustizie sociali.

Mauro Montalbetti

 

*Cruda nenia – prima esecuzione assoluta

Delle musiche popolari di tradizione orale, la più chiara e corrucciante esperienza personale che conservo risale alla prima infanzia: una ninna nanna campana, dall’impatto ineluttabile sull’emozione e sul fisico. “Nonna, nonnarella, ‘o lupo s’ha mangiat’ ‘a pecorella”. Ne immaginavo la rappresentazione teatrale e viscerale, con profonda angoscia per la pecorella, disperazione per la nonnarella. Non era solo una ninna nanna o una convenzione collettiva in cui riconoscersi, non erano suoni a cui rassegnarsi placidamente. Contenevano per me un senso appartenenza costretta e di rifiuto estremo, inesprimibile per un bambino, che invece di addormentarsi resta turbato dall’intonazione straziante. In Cruda nenia c’è il ricordo di quel rimescolamento primitivo, filtrato e levigato dal lessico di un’altra tradizione: la scrittura.

Sara Caneva

 

*La Monferrina – prima esecuzione assoluta

È una vivace danza con ritornello in sei ottavi, le cui origini documentate risalgono al ’700 piemontese, ma sono probabilmente più antiche. Si è diffusa in tutto il nord Italia, fino all’Inghilterra, dove compare già in una raccolta del 1810. È una danza figurata piuttosto complessa, sia di coppia che di gruppo. Il testo suggerisce, con ovvi sottintesi erotici, un dialogo fra un uomo che invita alla danza e una donna di nome Maria Caterina che oppone un rifiuto, fino all’arrivo di un “ufficiale” di cui invece accetta l’invito. La versione qui utilizzata è quella ottocentesca, con un testo in piemontese di sapore arcaico.

Lorenzo Ferrero

 

*Quattro canti popolari ciociari – prima esecuzione assoluta

Nel 2017 il mezzosoprano Alda Caiello mi chiese un canto popolare da inserire in un programma per canto e pianoforte dedicato a trascrizioni di canti popolari d’autore. Una pratica compositiva molto usuale da Beethoven a Brahms, da Bartók a Stravinskij, ma che nel secolo scorso con il successo mondiale dei Folksongs di Berio (post-modernità…) è una sfida attraente per ogni compositore.

Mi sono ricordato subito della raccolta di canti ciociari di Luigi Colacicchi (1900-1976), un nobile ciociaro autentico, un conte con palazzo e vigne ad Anagni, ma anche compositore, critico musicale militante e direttore del Coro dell’Accademia Filarmonica Romana, del quale feci parte in gioventù (fine anni ’50). Tra i pezzi forti del programma del coro c’era sempre Me pizzica, me mozzica! trascritto per coro a cappella da Colacicchi, ed ogni volta era uno spasso per tutti, pubblico e coristi.

Decisi di farne una mia versione per canto e pianoforte per Alda, eseguita a Bologna, nel febbraio 2018. La scorsa estate (2020) un’analoga richiesta mi venne da Marco Scolastra per Mark Milhofer (indimenticabile interprete di Cocteau nel mio Banquet). In pochi giorni di calura estiva e ozio da virus Covid ho riscritto per tenore Me pizzica, me mozzica! e ho aggiunto altri tre pezzi per una mini-serie, omaggio al mio vecchio e venerato maestro di coro ciociaro, conte Luigi Colacicchi.

Marcello Panni

 

 




























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