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Concerto
07/11/2021
20:30
Teatro Palladium

Le ossa di Cartesio
opera in un atto e sei scene

Descrizione

presentazione dello spettacolo a cura di Sara Misticò

 

testo di Guido Barbieri, musica di Mauro Cardi

 

Franco Mazzi – Cartesio
Valeria Matrosova – Cristina regina di Svezia
Patrizia Polia – cantante di corte, Helèna
Federico Benetti – l’abate Vioguè, il capitano Planstrom, il medico Van Wullen 

Enrico Frattaroli mise en espace e video

Ensemble In Canto
Bruno Lombardi flauto e ottavino, Roberto Petrocchi clarinetto e clarinetto basso, Marco Venturi corno, Rodolfo Rossi percussione, Gabriele Catalucci clavicembalo, Anna Chulkina violino, Gianluca Saggini viola, Michele Chiapperino violoncello, Franco Fraioli contrabbasso
Fabio Maestri direttore


prima esecuzione assoluta 

L'opera realizzata in coproduzione con Associazione In Canto è stata messa in scena, il 9 ottobre 2021, a Terni presso il Teatro Sergio Secci.

in collaborazione con Fondazione Roma Tre - Teatro Palladium

 

 

La morte di Cartesio è ancora oggi un enigma. Sappiamo con certezza soltanto dove e quando il filosofo è scomparso: Stoccolma, 11 febbraio 1650. Ma le cause del suo decesso sono ancora immerse nel mistero. Le biografie ufficiali parlano, sbrigativamente, di polmonite. E la giustificano con il clima inclemente della capitale svedese dove Cartesio si trovava da qualche mese chiamato a corte dalla regina Cristina. Una spiegazione poco convincente, anche perché l’esame autoptico compiuto sul cadavere non ha rivelato alcuna traccia di infezione ai polmoni. Le condizioni meteorologiche di Stoccolma, oltretutto, non erano così diverse da quelle di Franeker, la piccola città olandese dove Cartesio viveva in quel tempo. Ed è vero che la giovane sovrana, desiderosa di apprendere dalla viva voce del filosofo i suoi insegnamenti, pretendeva che le sue lezioni iniziassero puntualmente alle sei di mattina. Ma nessuno è mai morto per essersi svegliato all’alba per un paio di mesi. E infatti di recente uno studioso tedesco, Theodor Ebert, dell’Università di Erlangen, dopo anni di studi e ricerche, ha formulato una ipotesi completamente diversa e sconvolgente: avvelenamento da arsenico.
Le cose, secondo Ebert, sono andate così. Cristina di Svezia, quando chiama Cartesio a Stoccolma, ha ventitré anni. Porta la corona di Svezia da quando era una bambina e la condizione di sovrana non l’ha mai sopportata. Ne allora, né adesso. Cristina è una donna libera, indipendente, coltissima. E ribelle. Non nasconde, almeno a corte, la propria omosessualità e non intende affatto prendere marito. Nemmeno per procura. Come se non bastasse, lei, figlia di Adolfo di Svezia, uno dei massimi sostenitori del protestantesimo durante la Guerra dei Trent’anni, manifesta apertamente – con grande scandalo della corte – la sua volontà di convertirsi alla religione cattolica. Papa Innocenzo X non vuole certo lasciarsi scappare l’occasione, nonostante la corona sul capo di Cristina non sia certo salda, di stringere una alleanza con una grande potenza del nord. E per favorire e accelerare la conversione della sovrana invia a Stoccolma un messo, l’abate Jacques Viogué, che le fa confessore e da guida spirituale. Quando a corte arriva anche Cartesio, però, Viogué si mette in allarme. Le idee del filosofo, per quanto cattolico anch’egli, sono, dal suo punto di vista, molto pericolose: il suo metodo “scientifico”, la pretesa di basare l’esistenza non sulla fede, ma sulla conoscenza, il dualismo tra anima e corpo rischiano di minacciare la conversione di Cristina. E allora Vioguè concepisce un disegno astuto e al tempo stesso spietato. Ogni mattina quando Cartesio, prima della sua lezione, si reca in chiesa, gli impartisce un’ostia avvelenata, imbevuta, appunto, di arsenico. Un veleno che uccide lentamente, giorno dopo giorno. Probabilmente il filosofo se ne accorge perché qualche settimana prima di morire chiede al suo medico, il fedele Van Wullen, di praticargli una trasfusione e scopre che nel sangue ci sono tracce di veleno. Ma ormai è troppo tardi.
Anche dopo la morte Cartesio non trova pace. Il corpo viene sepolto in un cimitero protestante alla periferia di Stoccolma, ma nel 1666, sedici anni dopo la scomparsa, il cadavere viene riesumato perché la Francia pretende che il corpo dell’illustre filosofo ritorni in patria. In quel momento una delle guardie reali che presiedono alla cerimonia sottrae il suo cranio autentico e lo sostituisce con uno posticcio. In quel momento la testa del filosofo inizia un lungo viaggio, surreale e romanzesco: viene infatti comprato e venduto come una reliquia da una innumerevole schiera di acquirenti e venditori: mercanti, militari, vescovi, funzionari dello stato. Ognuno di loro, prima di venderlo al successivo proprietario, si sente in obbligo di incidere sulle ossa del cranio, la propria firma, un motto, un pensiero. Cosicché il capo di Cartesio diventa una specie di bacheca circolante in cui ognuno si sente in diritto di lasciare una traccia. Il viaggio termina nei primi anni dell’Ottocento quando finalmente il teschio viene battuto ad un’asta pubblica, in Svezia e l’acquirente ha la bontà d’animo di spedirlo al Musée de l’Homme, a Parigi, dove riposa tuttora sotto una piccola campana di vetro. Mentre le ossa dello scheletro sono custodite, in pessimo stato, a Saint Germain de Près.
In questa rete di enigmi e di misteri noi possediamo però una certezza. Quando Cartesio lascia l’Olanda per recarsi alla corte di Cristina porta con sé il suo libro più recente, ancora fresco di stampa. Si tratta di un piccolo trattato, senza troppe ambizioni, che sarà però la sua ultima opera: si intitola Les passions de l’ame. Cartesio sostiene, nelle poco più di cento pagine del trattato, che le passioni umane non dipendono dall’anima, ma dal corpo. E tutte derivano dai movimenti che gli umori corporali, il sangue, le lacrime, i succhi gastrici, compiono all’interno dell’organismo umano. Una sorta di fisiologia dei sentimenti, dunque, che spiega con precisione scientifica gli affetti che tutti noi proviamo. Con il piglio dello scienziato Cartesio sostiene che tutti gli uomini sono mossi da sei passioni primarie, l’Amore, l’Odio, la Gioia, la Tristezza, la Meraviglia e il Desiderio, e che tutte le altre passioni derivano dalla combinazione tra loro delle passioni primarie: l’Amore e il Dolore provocano la Nostalgia, l’Odio e la Tristezza sono la fonte dell’Ira e così via. E per spiegare in che modo l’uomo affronta e vince le sue passioni Cartesio ricorre alla metafora del bosco: l’essere umano – dice – si addentra nelle passioni come se penetrasse nel folto di un bosco. All’inizio ne viene impaurito, si sente smarrito, non riesce ritrovare il sentiero verso la luce, ma alla fine impara ad orientarsi, segue i raggi del sole o della luna che intravede sopra di sé e impara non solo la storia, ma anche la geografia delle passioni.
La morte di Cartesio, gli enigmi che la circondano, la storia del suo scheletro e del suo teschio, il suo Trattato delle Passioni sono gli ingredienti ideali per una sorta di “giallo seicentesco” di forte impatto drammaturgico. Il protagonista dell’opera è lo stesso Cartesio, affidato ad una voce recitante, che, da morto, racconta ciò che gli è accaduto dopo il suo assassinio. Si lamenta della sua triste condizione di cadavere senza pace, rimpiange le sue disiecta membra, sparse ai quattro angoli del mondo, e ricostruisce, come in un noir vagamente macabro, i suoi ultimi mesi di vita: la partenza per Stoccolma, le lezioni mattutine con Cristina, l’incontro l’abate Vioguè, i sospetti, le maldicenze, l’avvelenamento, la morte e poi la surreale vicenda del suo “cadavere squisito”. E allo stesso tempo fa rivivere il senso e il suono del suo Trattato. Insieme a lui, sulla scena, le ombre nascoste nel buio, appena visibili, dei personaggi del dramma, affidate invece alla voce di due cantanti – un’interprete femminile e uno maschile – che cambiamo continuamente costume: la stessa Cristina, l’abate Viogué, Helena, la madre della sua unica figlia, il suo medico personale e infine il capitano delle Guardie Regie svedesi, il “ladro di teschi”.

Guido Barbieri

 

Dall’aldilà René Descartes rievoca i fatti legati ai due misteri associati alla sua morte: il presunto avvelenamento da parte di un inviato del papa alla corte di Cristina di Svezia, e la sparizione e poi dispersione per mezza Europa delle sue ossa, contese da uomini di potere, intellettuali o collezionisti.
Oltre alla figura del raffinato pensatore, nell’opera viene a galla tutta l’umanità del filosofo francese, con le sue emozioni e sentimenti, con le sue gioie e le sue paure. Per dirla con una dei suoi ultimi scritti, che ha ispirato la composizione del libretto, emergono le sue “Passioni dell’anima”.   
Dalla narrazione di Cartesio (interpretato da un attore) affiorano altri cinque personaggi, interpretati dai tre cantanti, due soprani e un basso, che ci accompagnano in un viaggio attraverso i sei “capitoli” dell’opera, scanditi dalle citazioni di altrettante Arie antiche, di Haendel, Monteverdi, Domenico Mazzocchi, Sigismondo d’India e Barbara Strozzi, più un Concertato finale. Tra le arie antiche e la mia musica si intesse un gioco di dissolvenze e trasfigurazioni, a volte prolungandosi le arie fino a entrare nella mia partitura con un frammento musicale, un disegno, una figura melodica, altre volte, al contrario, intervenendo sulle stesse arie, con effetto di sospensione e smarrimento dei riferimenti armonici originali.
Ma Le ossa di Cartesio è anche un’opera sulla bellezza del ragionamento speculativo, del “metodo" e delle simmetrie, un’opera che si dipana, anche visivamente, lungo le traiettorie e le intersezioni tra le passioni, inscritte nel piano cartesiano.

Mauro Cardi

 

In Le ossa di Cartesio, la vera azione è il ragionamento post mortem del filosofo: la sua res cogitans, nel caso di specie, la dimostrazione della vera causa della sua morte. L’evocazione dei personaggi e degli eventi chiamati ad illustrarla – il concerto – si svolge nella res extensa, fisicadel suo cervello: l’orchestra. In questo caso, mise en espace non assume l’accezione corrente di una forma-concerto ellittica della sua messinscena: è la messinscena stessa. Un’opera fatta di musica e testo, due assi distinti, irriducibili l’uno all’altro ma correlati, secanti, ciascuno in movimento nella sua dimensione poietica: nel suono del senso, nel senso del suono. Cartesio è in limine theatri, sul filo del proscenio, soglia valicabile fra le dimensioni dell’una e dell’altra res.
Dubito ergo cogito. Cogito ergo sum. Si potrebbe aggiungere: Dubito ergo sum. Il dubbio sulla morte da polmonite porta Cartesio alla verità – scientifica, ragionata – del suo avvelenamento. L’opera ha la forma di un saggio, diviso in capitoli, marcati da un numero d’ordine, musicalmente introdotti da un’aria antica, dedicati ciascuno a un personaggio-chiave della trattazione. Un saggio cum figuris, con immagini tratte dai testi originali delle sue pubblicazioni – Compendium Musicæ, L’Homme, Les Passions de l’Âme – dai ritratti veri della regina Cristina e del filosofo (cranio compreso) e da quelli immaginari dell’abate Vioguè, del capitano Planstrom, del medico Van Wullen, e dai grafi, immancabili, dei suoi assi cartesiani, asintoti alle funzioni e alle curve analitiche dei quali le immagini finiscono per soggiacere.
La Regina Cristina chiede al filosofo: «René. C’è un dubbio che mi tormenta: secondo voi dove nascono le passioni umane, in quale parte di noi? Nell’anima, nella mente o nel corpo?». Fosse ancora in vita, René abbandonerebbe il dualismo, abbraccerebbe la fisica quantistica, e scioglierebbe il dilemma.

Enrico Frattaroli

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Informazioni

Teatro Palladium
Piazza Bartolomeo Romano, 8

Biglietti
intero € 15
ridotto € 12
studenti € 8

Abbonamenti al Festival
sostenitore € 200
intero € 90
ridotto € 65
speciale € 30
E' possibile acquistare l'abbonamento direttamente al botteghino