Carlo Fiorini



Carlo Fiorini (b.1966, Bologna), in poco più di mezzo secolo è già divenuto un ex musicista, un ex designer, un ex imprenditore, un ex scenografo e ex regista. Avendo fallito in molte cose, ha tuttavia mantenuto molti difetti dell’adolescenza, come la confusione tra verità e bellezza. Non sorprende quindi che si sia naturalmente trovato a dedicarsi al rapporto tra arte e nuove tecnologie. Rapporto di cui molti discettano e che pochi praticano.
Lui è tra questi. Ha cominciato – già nei primi anni ’90 - con un’installazione permanente, realizzata per l’Università di Bologna, sulla storia dell’ateneo. Si trattava di un conglomerato di sculture, video e arredi aumentati capaci di sfidare la retorica dello spazio e l’esperienza dello spettatore.
Come in un vero e proprio museo dell’informazione, progettò una scenografia del sapere fatta di oggetti immateriali mappati sulle superfici del percorso espositivo. L’ateneo apprezzò, realizzò e, subito dopo, spense l’elettricità.
Cominciò così un interesse per la SciArt, la ricerca di un linguaggio che, utilizzando i metodi e le tecnologie dell’osservazione scientifica, è in grado (forse) di produrre rappresentazioni del mondo vincolate non solo alla verità ma anche all’estetica. E’ una ricerca ispirata alla sorryndipity, al don’t worry to be wrong, che alimenta e osa esperimenti estetici, basati sulla tecnologie dell’informazione, che possono generare risultati, scaturiti dall’errore o dal fallimento, imprevisti e (a volte) sorprendentemente belli.
Questa ricerca è giunta, per ora, alla cura e alla realizzazione delle istallazioni originali della mostra U.Mano. Antiche misure nuove civiltà, per il centro Arti e Scienze della Fondazione, Golinelli di Bologna.  Una riflessione antropologica sulla mano nel presente trans-umano.
Da due decenni Fiorini ha portato la sua ricerca di una sintesi personale tra tradizione e innovazione anche nella pratica del teatro, con la progettazione di scenografie successivamente accompagnate da regie. Ha iniziato con la prosa, e si è lasciato sempre più coinvolgere dalla lirica, trasferendo sul palcoscenico l’esperienza nella realizzazione di installazioni e spazi interattivi.  Ha collaborato, ancora nel 2004, con Fabio Maestri e Opera InCanto per la messa in scena della “Dannata Epicurea” con musiche di Matteo D’amico e libretto di Sandro Cappelletto. E ha perseverato curando regia, scene e costumi per “Orlando” di Georg Friedrich Händel, “Arias and Barcarolles” e “Trouble in Tahiti” di Leonard Bernstein, “The Telephone” di Gian Carlo Menotti. Ha inoltre avuto la fortuna la fortuna di collaborare con Paolo Donati per le scene del suo “l’Occasione fa il Ladro” di Gioacchino Rossini.
li.





 
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