In sa Ziddha
 


sabato 28 novembre > ore 21

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IN SA ZIDDHA

sotto la cenere rovente                                          

Suoni evocativi del teatro musicale di Enrico Cocco                          

                                         


Monica Colonna voce
Gianpaolo Antongirolami saxofoni
Massimo Tata percussioni
Nicola Casetta live electronics
Angelo Benedetti regia del suono


Enrico Cocco (1953)    Actings I-II-III (1999) per saxofoni
   
  Il cerchio magico (1999) per percussioni e live electronics
   
  Visionari fragment 1 (2011) per saxofoni e elettronica
   
  Il suono della terra (2017) per voce, percussioni e live electronics
   
 

Si ringrazia il Conservatorio di Musica F. Morlacchi di Perugia per la collaborazione e il supporto

 

 «lentamente mi si rivelò come un aleph, la grande pienezza della stanza vuota»
(Enrico Cocco)

Il tratto artistico di Enrico Cocco è caratterizzato da una urgenza espressiva che, nel concepire il fenomeno creativo, ha bisogno di farsi ‘musica’ attraverso l’utilizzo del ‘verso’. La scrittura musicale/poetica è parte di un linguaggio complesso che scava l’anima segreta delle cose partendo da punti d’ombra e di rottura. Questo svolgersi si sviluppa in una ricerca stilistica originale che fa proprie le simbologie arcaiche, così come libera le parole e i simboli da contestualizzazione di elementi della cultura facendone un nuovo linguaggio artistico contemporaneo. Infatti, tra i temi più ricorrenti nella sua produzione è possibile scorgere una sempre più incisiva attenzione a un mondo arcaico, fatto di rituali e di atmosfere quasi ancestrali. Da un punto di vista prettamente musicale, la ricerca di Enrico Cocco si traduce in una vera e propria rielaborazione di suoni, simboli e gesti musicali, nell’indagine timbrica e nella connessione di tutto questo con una ricerca di risonanze interiori.

 

Una premessa. Arte come unità triadica

La nostra percezione del mondo reale è immersa in una pluralità di stimoli sensoriali e non solo, dove il suono insieme allo spazio e all’immagine è una delle componenti più evolute ed emergenti. Questi tre fenomeni costituiscono una unità triadica complessa, dove i reciproci rapporti hanno alla base una cointeressenza formale e funzionale.

Sia nella percezione del mondo reale, che nel mondo della rappresentazione, il quale poi è più specificatamente quello dell’arte, ciascuno dei tre elementi può diventare prevalente o porsi in background rispetto agli altri ma difficilmente potrà staccarsene e operare in un ambito consapevolmente autonomo.

Suono, spazio e immagine sono legati a un unico destino che li vuole agire nel medesimo arco formale temporale. Insieme alla parola sono i tre linguaggi dell’arte-comunicazione che più hanno approfondito questa nuova condizione dell’arte odierna.

Ma vediamo come dal mondo antico a oggi l’unità triadica si sia trasformata nella pratica creativa ed esecutiva. Il forte legame tra suono, spazio e immagine sin dall’arte antica era suggellato da una prassi artistica de-specialistica dove il musicista era anche attore, danzatore ed officiante, e dove il momento topico era evento sacro-rituale. Solo molto dopo, forse già al tempo di Tespi, una inversione di rotta diede inizio alla pratica della specializzazione, arrivando a separare l’unità triadica iniziale nel presentare singolarmente ogni universo percettivo e trasformando la memoria del sacro nella ritualità dell’evento. Quindi per un lato la pertinenza sonora del musicista andò a specializzarsi sempre più in quello che noi oggi chiamiamo concerto, il lavoro dell’attore si tradusse nel dramma liturgico medioevale, la danza si rese autonoma nella coreutica. Le arti della visione e dell’ascolto, ognuna per proprio conto, trovarono una forma di interessenza nello spazio rappresentativo.

Analizzando infine la molteplicità e le funzioni dei segmenti linguistici potremo quindi leggere un chiaro percorso storico che ci ha portato dalla de-specializzazione del mondo antico allo specialismo dell’età moderna.

Nel presente assistiamo all’enorme prodursi della multimedialità che ci restituisce in forma nuova questo percorso a ritroso appena descritto con una inedita integrazione tra specialismo e sapere collettivo. La necessità di gestire modelli sempre più complessi nelle arti, sia per quella cosiddetta pura che per quella applicata, ci spinge con modalità inedite a invertire il ciclo e a modificare la ricollocazione del sapere individuale a favore della sua connettività alla rete: il sapere utile e produttivo non è più nel singolo ma dentro il gruppo e sarà sempre di più in una rete virtuale.

Enrico Cocco (2009)

Ho cercato per anni questi suoni
ora che li ho trovati

Ho composto col marmo,
col legno, con l’abisso,
con il freddo, con il caldo,
nella quiete…

Questi sono i miei suoni.
(1998)

***

VUOTO E PIENO

Vuoto e pieno
lottarono
per chi dovesse essere
più vuoto
o più pieno
non se ne fece nulla
alla fine decisero
di affidarsi
a una scatola
e al tempo
e alla memoria
di un uomo
che decise sul da farsi.
(1995)

***

Fragile attimo
voglio non essere,
è il tempo che mi squassa
voragine infinita della mia bocca,
l’eternità non mi seduce più
è dolce quest’ora,
ma ascolto
il mio corpo
leggero
è in volo
ancora
il mio cane
non parla
con me,
che attendo
il prossimo attimo.
(2003)

***

ACTINGS

Polvere rossa nell’aria
nelle parole
vortice
sacro quando
irruppero le scritture
di segni confondendo
il pensiero svanì
in impossibili notti di cobalto
lune

trasparente
il suono
l’immagine lasciò
dietro di sé ricomparve
vetro silenzioso
dalla bocca il respiro
invisibile apparizione
e trasparente nel nulla
scomparve.
(1995)






 



















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