Incontro - Laborintus 2020







sabato 12 dicembre > ore 16.30

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Laborintus 2020
L’arte come laboratorio-labirinto nell’età dell’infosfera e della transculturalità                            

                     

                                         
Incontro

 

intervengono Antonio Rostagno, Peppino Ortoleva, Giovanni Giuriati, Sonia Gentili, Marco Angius

seguirà un dialogo con: Alessandro Bertinetto, Francesco Filidei, Marcello Filotei, Luca Lombardi, Paolo Rotili, Alessandro Sbordoni, Carlo Serra

 

a cura di Matteo Macinanti

 

In collaborazione con Sapienza Università di Roma

 

 L’arte oggi è fatta di memoria perché si è incaricata di riportare al presente e al futuro il passato dimenticato o rimosso.
(Aleida Assmann, Ricordare)

Dagli anni Novanta una parte crescente di opere d’arte sono state create sulla base di lavori preesistenti.
(Nicholas Bourriaud, Postproduction)

 

 

Nel 1956 Edoardo Sanguineti pubblica Laborintus, un montaggio-riscrittura di frammenti tratti da Dante e altre fonti storiche. Nel 1965 Il viaggio intertestuale viene continuato da Luciano Berio, che utilizza il testo per Laborintus II. Nella società digitale e transculturale odierna che significato può avere quell’idea di “laboratorio-labirinto” con la storia e le culture? Infosfera e globalizzazione, overload di informazione, intermedialità, multimodalità e permeabilità dei confini culturali hanno profondamente modificato non solo il fare musica, ma la stessa concezione del soggetto. La de-soggettivizzazione dell’arte è un elemento fondante dell’arte recente; intere correnti di pensiero e di produzione (non ultime le Sound Arts ormai necessariamente al plurale) vedono precisamente nella fine della soggettività un’inevitabile necessità.
D’altra parte la onlife (la “connettività continua”) e l’elevatissima transculturalità mettono a rischio ulteriore ogni possibile identità e tradizione culturale, eliminando le distinzioni che Barbara Rosenwein pone alla base delle “comunità emotive”. Tutto si trasforma rapidamente, generando “tribù effimere” (Bauman, Besnier), basate su onde rapidissime di consenso, che si formano e si dissolvono di continuo.
Cosa significa allora oggi pensare l’arte come laboratorio-labirinto della storia, quando questi fenomeni epocali stano cancellando ogni assiologia stabile? Comporre con la storia e con le tradizioni diviene solo e necessariamente un collage postmoderno in ritardo? Un brillante gioco di specchi? O forse no, il laboratorio-labirinto è un luogo di riflessione e presa di coscienza critica soggettiva? Per arrivare a una risposta fondata si sono posti questi interrogativi a esperti di diversi campi: uno studioso di media, una poetessa e storica della letteratura, un etnomusicologo, un direttore d’orchestra e un musicologo, che dialogheranno con compositori e musicisti.
 
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